Recensione: Le rune del tempo (2^ parte)

Ecco a voi la seconda parte della recensione de Le rune del tempo. Per chi si fosse perso la prima parte, la trovate qui.

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Aggettivi e avverbi a gogò

Un altro problema de Le rune del tempo è l’uso sconsiderato di aggettivi e avverbi, nel 95% dei casi inutili e che appesantiscono soltanto. Vediamo alcune citazioni:

Sbalordita, incredula e inorridita (pag. 38)

uno sguardo contrito e timoroso (pag. 65)

uguali, vibranti e intense emozioni (pag. 77)

uguali, immobili e identici (pag. 112)

bloccata, immobile, non riuscivo a proferire parola (pag. 124)

Come potete vedere, sembra che l’autrice non sia soddisfatta se non ci ripete gli stessi concetti almeno tre volte di seguito, spesso utilizzando aggettivi che hanno un significato pressoché identico, come i primi tre “sbalordita, incredula e inorridita”. Di avverbi, soprattutto in “-mente”, ne ho trovati talmente (appunto! ^^) tanti che non me li sono nemmeno segnati: tanto, basta aprire una pagina a caso per trovarne almeno uno inutile.

Donna sbalordita. Donna incredula. Donna inorridita.

Ma non solo soltanto questi aggettivi e avverbi che appesantiscono il tutto: nel romanzo si è costretti a leggere periodi interminabili, con subordinate che si aggiungono ad altre subordinate. Un paio di esempi, come al solito:

Il mio tono si era fatto più duro e perentorio, da quando eravamo tornati a palazzo, piano piano stavo imparando a farmi valere di fronte ai miei uomini e ad essere sincera non mi dispiaceva affatto un po’ di quel potere, che la mia figura reale mi conferiva.

Avevo ormai compreso fin troppo bene che la riuscita di quella missione dipendeva soltanto da me e che, in assenza di mio padre, dovevo tenere ben salde le redini del Regno, con la stessa fermezza che mi era stata insegnata nell’arte del combattimento e che sembrava avrei dovuto mettere a frutto a breve.

Con qualche eccezione, le frasi sono tutte più o meno così: interminabili, pesanti, e piene di virgole lì dove starebbero meglio dei punti fermi.

Errori veri e propri e obbrobri stilistici

Ditemi se non mi devo arrabbiare, quando mi tocca a leggere una roba del genere:

Per lui contava solo per la sua primogenita andava in sposa ad un uomo delle Terre della Luce e che lasciava la sua casa

… o altre virgole tra soggetto e verbo:

Il sacco era stato lasciato aperto, come se chi lo aveva deposto in quel luogo, avesse voluto che il piccolo fosse riscaldato dal tepore del sole. (pag. 72)

Quando gli occhi furono in grado di adattarsi, intravvedemmo stagliarsi di fronte a noi, una breccia di luce accecante. (pag. 77)

…Il sangue del malvagio, salverà l’amore. (pag. 234)

… oppure trovare per ben due volte un bel “tenere allo scuro” (che mi ricorda tanto il buco dello zono), o ancora dover leggere un “gridare a gran voce” (non sapevo che si potesse gridare a bassa voce!) o vedere una virgola praticamente dopo ogni “che”. Be’, sappiate che Le rune del tempo è pieno di queste bellezze senza pari.

Persino il buco dell'ozono si è allargato a leggere obbrobri del genere.

Incongruenze, situazioni stereotipate e buchi di logica

Partiamo dalle incongruenze. Non ho né il tempo né la voglia di riportare tutte quelle che ho trovato (anche perché sono davvero tante), perciò scriverò qui solo quelle che mi sono sembrate più evidenti. Per esempio:

• Prima di tutto, come si capisce anche da alcune delle citazioni che ho riportato qui, Celsien è ed è sempre stata un maschiaccio: ha sempre preferito le spade e l’arco alle bambole e ha imparato a combattere da piccola. Nonostante ciò, ha seri dubbi di riuscire a reggere il regno mentre suo padre è via, e comunque nel corso della storia sono rare le volte in cui dà veramente prova delle sue capacità. Di solito, ha sempre bisogno di essere salvata, il che non la rende proprio il personaggio meglio caratterizzato nella storia della letteratura.

• Quando anche Celsien se ne va per cercare di salvare suo padre e rimettere a posto le cose, lascia il comando del regno a suo cugino. Ebbene, questa è l’ultima volta che sentirete parlare di lui, dal momento che il cugino sparisce senza lasciar traccia. Puff!

• A un certo punto Celsien e i suoi compagni di viaggio trovano un bimbo abbandonato che chiamano Firin. A pagina 91 il suddetto si trasforma in un elfo (!) e dice che il suo vero nome non è Firin ma Olfaran e che è stato inviato dagli Elfi della Notte per cercare una “persona misericordiosa che spezzasse le catene di oppressione del suo popolo”. Ma a pagina 167, Celsien – dopo che Olfaran si è ri-trasformato in bambino – dice chiaramente che: “Le anime sono spiriti liberi, ogni volta che si trasfigurano, il soggetto di cui sono il centro vive le esperienze connesse ai suoi spostamenti, ma non ha memoria alcuna delle situazioni precedenti e di coloro che ha già incontrato.” Quindi com’è possibile che Olfaran ricordi che l’avevano chiamato Firin e la faccenda del suo popolo?

• A pag. 65 conosciamo i due gemelli Joan e David, e anche qui ne succedono delle belle. Prima di tutto, i nostri amici ci stupiscono con il seguente dialogo:

– Ecco vedi sei il solito rozzo caprone! Presentaci entrambi invece di continuare a inveire contro di me.

Cioè, spiegatemi, prima dice “rozzo caprone” e poi un bell'”inveire”? Molto congruente, devo dire.

Un rozzo caprone.

Poco dopo, i nostri amici ne combinano un’altra:

– Noi siamo i gemelli, David e Joan, della contea di Brunsdale. Siamo qui per darti una mano nella tua ricerca – disse David.

Posto che il PoV è sempre interno a Celsien, come fa quest’ultima a sapere chi dei due ha parlato, essendo identici l’uno all’altro (come viene detto poco prima)?

• A pagina 75 Drusen dice “Expandi Lucem!”. A parte il fatto che, se quell'”expandi” fosse inteso come imperativo, in latino sarebbe “expande”… da quando a Irlender si parla, appunto, latino?

Veniamo ora alle (tante) situazioni stereotipate, nonché spesso illogiche. Vi avviso, però, che potrebbero esserci SPOILER (se volete leggere il testo che segue, evidenziatelo con il mouse):

• Che Alis sia la sorella perduta di Celsien si capisce – oltre che dalla quarta di copertina – a pagina 53, ed esattamente 13 pagine dopo ne si ha una conferma schiacciante.

• Sebbene William e Andrew a malapena si guardassero, nel bel mezzo della battaglia finale il primo abbraccia il secondo e gli comunica, di punto in bianco, che è il suo fratello perduto. Okay…

• Memorabile la battaglia finale stile Power Rangers, in cui alle due sorelle spuntano nuovi potentissimi magic powers, in cui Celsien uccide suo padre per adempiere l’antica profezia (state tranquilli, tanto il padre risuscita) per poi svenire, in cui Alisea tira fuori tutta la sua “ruggente furia vendicativa” e ammazza il superkattivo di turno (mentre Celsien, nonostante sia svenuta, continua a fare la telecronaca dell’intera battaglia) soltanto per poi farsi venire i sensi di colpa.

• Se avete intenzione di comprendere come funzioni la faccenda della profezia, vi consiglio di non provarci nemmeno. Inutile che ci troviate un senso, tanto non ce l’ha. Anche partendo dal presupposto che ce l’abbia, la faccenda è talmente confusa e intricata da non capirci niente. A me, perlomeno, è successo così.

• Alla fine, naturalmente, tutti si scoprono parenti di tutti e chi non si scopre parente si sposa, e in ogni caso tutti vivono per sempre felici e contenti. Hip hip hurrà!

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Una (piccola) nota positiva

Okay, ci siamo capiti: Le rune del tempo è il solito romanzo fantasy scadente, con cliché in abbondanza (la principessa intrepida e tosta, la ricerca dell’oggetto magico, il viaggio periglioso, la compagnia eterogenea, il superkattivo, le creature stravaganti, il bel ragazzo dolce e coraggioso, i fratelli e i genitori perduti…) e bruttezze stilistiche a iosa. Ah, e non dimentichiamoci dei disegni, che oltre a sembrare appena abbozzati e, a mio parere, anche piuttosto brutti (se mi ci mettessi d’impegno, persino da me, che non so disegnare, uscirebbe qualcosa di meglio), non si capisce a chi si riferiscano. Un esempio è questo disegno che vedete a destra: –>

Nonostante la sua obbiettiva bruttezza, però, una noticina positiva la farei lo stesso, tanto per essere buona. Questa noticina si riferisce ai “molteplici livelli di lettura” che hanno messo in evidenza molti tra quelli che hanno recensito questo libro su aNobii prima di me.

Devo dire che, mentre leggevo Le rune del tempo, erano così tanti i difetti che incontravo che dopo un po’ mi sembrava di giocare a “caccia all’errore”, e quindi questa faccenda della storia oltre la storia è passata per me decisamente in secondo piano. Ciononostante, sono convinta che, scavando sotto chili e chili di schifezze varie, qualcosa di buono nelle Rune del tempo si trovi. E questo buono, secondo me, va oltre alla semplice storia che si racconta in questo romanzo, ed è anche quel buono che salva questo romanzo dall’essere classificato da me come “emerita schifezza”.
Il fatto è che, al di là delle avventure di Celsien, dei suoi viaggi e dei suoi amori, è evidente che dentro alle Rune del tempo è nascosto un autentico percorso di vita, forse proprio quello stesso percorso che Jamila Bertero ha fatto – come si trova scritto nelle notizie sull’autore della quarta di copertina – mentre scriveva il libro. E in questo penso che sia riuscita a fare centro, perché trasmette qualcosa che è comprensibile da tutti, come le emozioni e le delusioni dovute al primo allontanamento da casa e il desiderio di trovare da soli la propria via, il proprio destino.
Questo, a mio parere, è un messaggio molto bello. Peccato che – ripeto – sia stato sommerso da diversi chili di obbrobri di stile e incongruenze varie, perché se scritto bene e con una trama un po’ meno tirata su a caso, Le rune del tempo sarebbe potuto essere un romanzo perlomeno carino.

Purtroppo, su certi errori è stato impossibile da parte mia anche solo chiudere un occhio. Quindi il mio voto non va oltre una stellina e mezzo. Si poteva fare molto di meglio, secondo me. Speriamo che con i seguiti di questo libro (che, da quanto ho capito, dovrebbe trasformarsi in una duo/trilogia) vada un pelo meglio, ma per il momento questo è tutto. Quel che mi chiedo, però, è: come è possibile che una casa editrice accetti di pubblicare un libro con così tanti difetti, oltretutto senza un minimo di editing?

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N.B.: questa recensione è stata pubblicata il 14 settembre 2011, ma a causa delle rimostranze dell’autrice, che non concorda con il parere da me espresso, sono stata costretta a rimuovere il post per un breve periodo (fino a oggi, 16 settembre) e a modificarne alcune parti. Non voglio esprimere giudizi a riguardo, perciò siate liberi di farvi un’idea da soli, anche attraverso i commenti che trovate qui sotto.

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89 Risposte

  1. Il Censore ha detto:

    Caro Marco, visto che hai citato una mia frase e poi hai espresso un concetto contrario al mio, è evidente che non hai nemmeno letto quello che ho scritto. Se hai letto tutto il sito con la stessa attenzione, non mi sorprendono certe tue affermazioni.
    Qui gli unici che si sentono “superiori” sono certi scrittori che accettano solo complimenti, e che si offendono a ogni critica.
    Se le “menti aperte” sono le loro, o la tua, non rimpiangerò certo i tuoi post.

    • gambero83 ha detto:

      Quoto: molti, dandogli anche le PROVE in mano della propria inefficienza in quanto scrittori, sostengono sempre che è il recensore a fare schifo. E fanno delle vere figure di m…!!:D

  2. Werehare ha detto:

    Intervengo solo per far notare che “Marco Dilorenzo” ha lasciato anche nel mio blog – in coda all’articolo “Ce l’hai il master in Critica?” – un commento più o meno con gli stessi contenuti del suo intervento qui. Uh, e con la stessa grammatica discutibile che mi fa nutrire seri dubbi sul fatto che sia davvero un “professore di italiano”; non ha nemmeno avuto il buon gusto di risparmiarsi una maldestra frecciata alla qualità della mia, di grammatica, che non è Oxford e Cambridge ma gli accenti e gli apostrofi perlomeno sono dove e come devono essere.
    Ciliegina sulla torta, mi ha dato un indirizzo email inesistente. Fake?

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