[Recensione] L’ombra del tiranno

Rieccomi qua, tra un’interrogazione e una verifica, a pubblicare la prossima recensione del progetto “Recensioni d’inchiostro”. Buona lettura!

Titolo: L’ombra del tiranno
Fa parte di: Le pietre di Talarana (# 1)
Autore: Alessandro H. Den
Tags: fantasy classico, prescelto, destino, magia
Editore: Smashwords (autopubblicato)
Pagine: ~ 500
Anno di pubblicazione: 2012
Prezzo: €0,99
ISBN: 9781301676200
Formato: eBook (ePub, Mobi)
Valutazione:

Grazie all’autore per avermelo inviato in formato ebook.

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RIASSUNTO – Una Tempesta annuncia l’inizio dei cambiamenti per un mondo rimasto per quasi mille anni vittima della lotta tra le due grandi potenze del pianeta: l’Impero di Selthon da una parte e il Regno di Naren dall’altra. Nel mezzo, a separarli, il grande Oceano Centrale. La capitale imperiale è il teatro di questi cambiamenti, uno dei suoi funzionari l’uomo che riceverà da quattro figure angeliche un bambino nel quale è riposta la speranza di liberare il pianeta da un’antica e oscura minaccia.

L’AUTORE – Nato e cresciuto a Firenze, Alessandro H. Den inizia a scrivere alle elementari, anche se alcuni tentativi di scarabocchi sono documentati fin dall’asilo. Famoso per aver lasciato segni pittorici del suo passaggio ovunque (fogli, banchi, persone), crescendo si appassiona a troppe cose per sceglierne solo una quindi si iscrive alla facoltà di Design dove può esprimere e sperimentare il suo essere poliedrico. Inizia a scrivere il primo libro, L’Ombra del Tiranno, a sedici anni, ma inizia a crederci solo dopo averlo cestinato e ricominciato dall’inizio per la quinta volta. Terminato il secondo romanzo della saga, L’Erede di Talarana, è attualmente impegnato nella stesura di due romanzi brevi.

*       *       *

RECENSIONE

Quello di cui parleremo oggi è un fantasy di stampo classico, che mi ha non poco appassionato sotto certi aspetti; piuttosto deluso sotto altri.

Per quanto riguarda la trama, è chiaro fin da subito che le idee presenti siano in gran parte già viste: l’orfano dalle origini misteriose che possiede immensi poteri e che deve salvare l’umanità (sigh), l’eterna lotta tra Bene & Male, il Destino™, il KDD (Kattivissimo Demone Despota), il lungo viaggio, la guerra, lo stregone, le creature sovrannaturali, la magia…
Nonostante questi cliché spesso belli grossi, devo però dire che la storia è risultata abbastanza gradevole, almeno considerandola nel complesso: non mancano i momenti schifosamente prevedibili e un discreto numero di scene non-sense e di incongruenze (per dirne una a caso: a dispetto della tecnologia piuttosto elevata di cui il mondo dispone, la società rimane quella classica dello pseudo-medioevo fantasy, con tanto di cavalieri e di duelli a colpi di spada), eppure l’avventura e la tensione sono ben presenti per tutta la durata della storia.
Insomma, gli stereotipi non mancano e non sono neanche tanto marginali, dato che l’intera trama ruota attorno a essi; tuttavia credo rimanga un libro perfetto per un lettore che desideri trascorrere qualche ora densa di azione, ma che non dia troppo peso all’originalità.
In fin dei conti io personalmente l’ho trovato piacevole, limitandomi a giudicarlo da questo punto di vista. Poi però mi tocca dire due parole anche sullo stile, se voglio realizzare un commento completo… ed è qui che cominciano i guai per L’ombra del tiranno.

La primissima impressione che ricavato dal testo, già a partire dal primo capitolo, è stata la seguente: «io, scrittore, so di essere capace di scrivere e mi sento totalmente padrone della mia lingua, perciò spero che tu, letture, non ti offenderai se piazzo a ogni pagina qualcuno dei miei “brillanti periodi a effetto”, tanto per ricordarti quando sono bravo.»
Questa, ribadisco, è stata una semplice impressione, e per questo prego l’autore di non sguinzagliarmi dietro i suoi cani da caccia. Però è stata una sensazione spontanea, trovandomi davanti frasi del genere:

Per quanto Dovan, sebbene dovesse, un tempo, aver ricoperto cariche importanti anche se di lui nessuno era mai stato propenso a parlare, suo padre fra i primi, si era fin da subito dimostrato un uomo affabile e umile, Samarlec a prima vista saltava agli occhi per la sua fisionomia prepotente e per i suoi modi trionfali.

mappa talaranaCome può una frase del genere essere chiara con ben tre proposizioni concessive incastrate l’una nell’altra? Ricordo che me la sono dovuta rileggere almeno quattro volte per saltarci fuori, e ancora adesso ho dei dubbi su cosa voglia davvero dire. E questo non soltanto per una singola frase, purtroppo: l’intero libro è scritto così, con subordinate di subordinate di subordinate, apposizioni continue e, in generale, periodi interminabili, pesanti e confusi.
Qualcuno potrebbe obbiettare che i migliori scrittori scrivono in questo modo, con quei paroloni ricercati e le frasi talmente lunghe da mandare in crisi anche gli atleti dai polmoni migliori.
Non lo metto in dubbio, ma considerato che nessuno scrittore nasce già grande, a mio parere non sarebbe una cattiva idea partire dal basso, cominciando con uno stile semplice… perché utilizzare una scrittura semplice e lineare non è affatto una pratica da autori principianti.

L’autore de L’ombra del tiranno, invece, sembra aver preso la strada opposta, seguendo dunque la politica del “perché usare tre parole quanto posso metterne dieci?” e soprattutto del “melius est abundare quam deficere”.
Il risultato di ciò questo è uno stile ampolloso e ridondante, saturo di fronzoli inutili, come avverbi e aggettivi e spesso anche ripetizioni. La grande quantità di virgole piazzate poco meno che a casaccio, inoltre, non aiuta certo a rendere più chiaro questo stile già caotico per conto suo.
Ecco qualche citazione che penso renda l’idea:

[…] finendo inevitabilmente per cadere rovinosamente a terra.

Tutti lo trovavano incredibilmente somigliante ai suoi genitori, incredibilmente carino e sorprendentemente bene educato […]

[…] per non parlare del fatto che era insperabile che suo padre si fosse scordato che lui e Andrew si erano messi ad origliare, dalla porta dello studio privato, la conversazione del cancelliere.

Dovan fece appena in tempo a rimettere insieme tutti gli incredibili eventi accaduti negli ultimi minuti che, un colpo in testa, gli fece perdere di nuovo i sensi.

leviathanMa c’è dell’altro: se non ho avuto un abbaglio, mi è parso di capire che la saga completa occuperà la bellezza di sei libri.
Avendolo letto in eBook è un po’ difficile quantificare il numero delle pagine effettive, ma le numerose ore di lettura che ho impiegato per concluderlo sono sufficienti a dire che si tratta di un romanzo bello lungo.
Riuscite a immaginarvi sei “mattoni” scritti interamente con uno stile del genere? Dico sul serio, spero davvero che l’autore abbia pensato di armarsi di cesoie e a sfoltire il tutto nel secondo capitolo – già pubblicato – perché garantisco che non è stato per nulla facile arrivare in fondo all’Ombra del tiranno.

In secondo luogo troviamo numerosi problemi di PoV (per esempio, all’inizio un personaggio affonda con la nave e il narratore ce lo fa vedere mentre, privo di sensi, viene sballottato dalla corrente… peccato che due secondi prima ci trovassimo nella sua testa, che stava pensando alla donna amata) e naturalmente il mancato Show don’t tell che ci regala delle chicche non da poco:

Quattro personaggi, bellissimi e dalle vesti magnifiche, si avvicinarono all’uomo […]. Uno di loro, che con una mano stringeva una falce colossale, gli si avvicinò e […] iniziò a conferire con lui direttamente con il pensiero. Parole dolci e musicali cominciarono così a fluire nella mente del giovane amministratore.

Il naufrago era incredibilmente perplesso da quelle parole […]. Infine il terzo angelo porse il frugoletto al quarto che il giovane, sicuro di non sbagliare, sebbene incredibilmente diversa da tutte quelle che aveva visto prima di allora, aveva identificato con un essere femminile, dalla voce incredibilmente dolce e affettuosa.

Poi [Greg], con l’ingenuità che aveva sempre mostrato di possedere, chiese: «Padre, posso diventare un mago da grande?»

Attese che riprendesse fiato poi, in maniera piuttosto scontata, le chiese: «Cos’è successo? Perché stavi correndo? »

E non dimentichiamoci, inoltre, di vere e proprie perle direttamente dai dialoghi:

«Potevi anche rimanere a casa, nessuno ti ha obbligato di venire! »

«Voi, stolti, non avete la minima idea a cosa state andando incontro. […] »

In definitiva si tratta, a mio giudizio, di uno stile che presenta diversi aspetti da correggere; alcuni forse da rivedere persino da capo.
Anche prima di cominciare a leggerlo temevo che mi sarei imbattuta in un testo piuttosto acerbo, dato che si tratta di un fantasy autoprodotto e dunque privo di un appoggio professionale da parte di una casa editrice. Per quanto riguarda la trama, stereotipi a parte, trovo che Alessandro H. Den abbia fatto un lavoro accettabile, ma sullo stile c’è ancora bisogno di lavorare. Tanto.
Ho intenzione di procurarmi al più presto, in ogni caso, il secondo romanzo, perché la curiosità è tanta. Dopo varie indecisioni, dunque, ho assegnato una mezza gocciolina in più come incoraggiamento.

PS: un piccolo merito glielo devo, però: dopo che il buon iBooks ha ben pensato di guastarsi e di non aprirsi più, grazie a questo romanzo ho scoperto che la app di Kobo è molto meglio per leggere su iPad! 😉

*        *       *

In sintesi…
Nonostante gli stereotipi, la trama
cattura e appassiona.
Molti tra i più grossi cliché fantasy,
prevedibilità e incongruenze.
Tensione e curiosità sempre presenti. Stile prolisso, noioso e confuso,
frasi zeppe di subordinate.
Aggettivi e avverbi inutili, ripetizioni.
Problemi di PoV e Show don’t tell.
Vari difetti di stile (virgole, d eufoni-
che, errori…)

*        *       *

Una frase significativa…

«La mia è stata solo fortuna. Questa volta Laukros ha usato la sua magia per colpirmi » fece una pausa, toccandosi inavvertitamente la spalla ed il braccio, ma Mark comprese cosa stava per dire. «E ci è riuscito. Poi è intervenuto uno sconosciuto, non ho idea di chi fosse e li ha scacciati per poi guarire le mie ferite. Si è allontanato da poco, forse l’avete incrociato ».
Mark e Lisa si scambiarono un’occhiata indecisa, poi entrambi scossero la testa, dicendo di non aver incrociato nessuno sulla loro strada.
Greg alzò le spalle, perplesso, mormorando tra se quanto fosse stato fortunato quel giorno, poi raccolto lo zaino, questa volta non più da solo, riprese la strada che lo avrebbe riportato a casa.

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17 Risposte

  1. allanozzoloon ha detto:

    Complimenti, sei una lettrice molto attenta, e accurata nel recensire!

  2. profG ha detto:

    Approvo le tue considerazioni in favore di uno stile diretto e contro uno stile ampolloso. Per un emergente, poi, anche cominciare direttamente con il primo volume di una saga non è una strategia che condivido. Hai mai provato a leggere qualcosa di Frank McCourt?

    • topolinamarta ha detto:

      Uhm… credo proprio di no. Cos’ha scritto di bello?

      • profG ha detto:

        Ha scritto tre romanzi autobiografici: “Le ceneri di Angela”, “Che paese l’America” e “Ehi, Prof!” E basta. E non c’è pericolo di perdersi qualcosa neanche nel futuro perchè è morto. Con tutti i limiti della narrativa autobiografica (non ci si può sbarazzare del protagonista neanche un momento, ed è difficile a volte immedesimarsi in qualcuno che lascia a tratti trapelare una certa meschinità) per me è un maestro dello stile informale.

      • Ossimoro ha detto:

        Io ho letto tutto di McCourt e forse sono una delle poche a cui non piace. O meglio, dal punto di vista autobiografico i suoi libri sono interessanti (le Ceneri di Angela come contenuto è stupendo), ma lo stile lascia moltissimo a desiderare. Per carità, è chiaro che sia voluto e mimetico di una situazione, riproduce un parlato irlandese popolare che l’italiano non riesce a rendere bene, ma non riesco a impedirmi di storcere il naso. Ehi prof invece mi ha deluso anche come contenuto, sinceramente…infatti l’ho recentemente scambiato su Anobii.

      • profG ha detto:

        Questione di gusti. Io invece apprezzo molto la sua qualità stilistica e l’indipendenza dalle convenzioni tipografiche, assai più che il contenuto. Ricordo in Ehi prof la disinvoltura con cui, senza adottare le consuete convenzioni tipografiche, FMC passava dal narrato ai discorsi diretti e viceversa, senza bisogno di segnalarlo in alcun modo: si capiva perfettamente se era discorso diretto o no, e anche chi era a parlare e quando, senza bisogno di nulla. Questa cosa mi folgorò e fu una delle mie motivazioni a scrivere: saprei farlo anch’io?

      • profG ha detto:

        Ovviamente la risposta era no.

  3. Davide ha detto:

    Non capisco perché il 90% degli autori fantasy (e il 99% degli esordienti) vogliano a tutti i costi mettere in piedi trilogie o comunque lunghe serie… Cos’hanno che non va i romanzi autoconclusivi?

    • allanon ha detto:

      Concordo assolutamente!
      Una interessante novita sul genere e’ andrej sapkowski (non imparero’ mai a scrivere correttamente il cognome, ed essendomi appena svegliato non sono in grado di usare il copia incolla da wikipedia :p). Novita’ nel senso che da pochi anni e’ stato tradotto dal polacco all’inglese; recentemente e’ uscita una traduzione italiana di alcune sue opere.

      La raccolta The Wish (in lingua inglese) presenta una serie di suoi racconti eterogenei e autoconclusivi. E’ un fantasy alternativo, assolutamente originale, sicuramente non epico: Il witcher e’ un cacciatore di mostri, ma, in fondo, chi puo’ dire chi sia il vero mostro in un mondo medievale?

      Dateci un occhio, ciao

      • topolinamarta ha detto:

        Ah, non parlarmi dei nomi russi: io ho impiegato una vita per imparare come si scrive Čajkovskij, e ancora mi sbaglio… T.T
        Comunque è già da un po’ che mi fa l’occhiolino in libreria, quindi penso che prima o poi ci darò un’occhiata. L’unico problema è che non ho avuto delle esperienze proprio positive con i fantasy della Nord (La compagnia del corvo di J. Barclay e La leggenda degli albi e gli altri pallosissimi mattoni di Markus Heitz), però credo che questa saga meriti una possibilità 🙂

      • ladysteamdoll ha detto:

        Immagino che vogliamo far finta che Sapkowski non abbia scritto una pentalogia dopo le due raccolte di racconti, mh? Romanzi di livello molto al di sotto dei racconti, in my humbel opinion. In ogni caso una lettura piacevole, ma niente di eccezionale.

  4. Florio ha detto:

    Destino™ 😀 ma Male™ e Bene™ dove sono finiti? ah, non dimenticare che Happy End™ è marchio registrato dalla Disney ù_ù
    “Il destino dei nani” di Heitz l’ho trovato carino, anche se un po’ pesante (o sono la voluminosità e lo spessore del libro ad annoiarmi?)

  5. luca ha detto:

    Avete un gran bel blog qui! Sareste disponibili per uno scambio di post? parlo di guest blogging… ho un blog che tratta di argomenti simili, vi ho inviato una mail per scambiarci i dati. Grazie ancora!

  1. giugno 3, 2013

    […] Per quanto riguarda la trama, è chiaro fin da subito che le idee presenti siano in gran parte già viste. Nonostante i cliché spesso belli grossi, devo però dire che la storia è risultata gradevole, almeno considerandola nel complesso […]

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