Libreschi pensieri – 14

Il testo scorreva, brillante ed elettrico. Si lasciava leggere come se si trattasse di una leggenda, una saga mitologica di prodigi e penurie popolata di personaggi e scenari intrecciati attorno a una profezia di speranza per la stirpe. La narrazione spianava la strada all’avvento di un salvatore guerriero che avrebbe liberato la nazione da ogni male e offesa per restituirle la gloria e l’orgoglio, usurpati da scaltri nemici che avevano cospirato da sempre e per sempre contro il popolo, quale che fosse. […] A volte mi soffermavo a rileggere quanto avevo scritto fino a quel momento ed ero invaso dalla vanità cieca di sentire che il macchinario che stavo mondando funzionava con una precisione assoluta.

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[Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell’angelo]

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2 Risposte

  1. Frannie Panglossa ha detto:

    Adoro Zafon e ho amato questo libro!! *__*

  2. Hendioke ha detto:

    Io Zafon lo trovo invece un abile illusionista ma niente più. Ha uno stile bellissimo ma ho letto l’Ombra del Vento e scavando oltre la patina del bello stile ho trovato una storia creata sommando cliché su cliché, con un protagonista la cui vita e i cui sentimenti sono scanditi da giganteschi “Perché sì!” dettati dalla necessità di creare un parallelo col personaggio misterioso. E a leggere i primi capitoli de Il gioco dell’Angelo ho avuto la stessa impressione.

    Insomma, per me Zafòn è il gemello diverso di Reverte: stile più accattivante, storie più misere.

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