[Recensione] Le ombre della dea

Anche se con un ritardo quanto mai vergognoso, vi presento la nuova recensione del progetto! 🙂

Titolo: Le ombre della dea (#1/3)
Sottotitolo: Sovrastare il destino
Autore: Emanuele Velluti
Tags: fantasy classico, ombre, destino
Editore: Narcissus SP (autopubblicato)
Pagine: 285
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo: €0,99
EAN: 9788867554430
Formato: eBook
Illustrazioni: Valentina Reale
Valutazione: 4,5
Grazie all’autore per avermelo inviato in formato eBook.

 sito dell'autore  amazon la feltrinelli
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RIASSUNTO – Un misterioso ragazzo dai capelli bianchi, viene ritrovato naufrago sulla spiaggia vicino Cacciaterra. Sembra non avere memoria di sé o del mondo, ma il passato che ha dimenticato lo sta ancora cercando. Affidato al giovane capitano delle guardie della città di Rapace, si ritroveranno presto costretti a fuggire, mentre le loro vite verranno sconvolte, insieme a quelle dei compagni che si uniranno lungo il cammino. Esiste una realtà che non è visibile agli occhi, parole che orecchie non possono udire, essenze che l’olfatto non comprende, onde che le dita non riescono a infrangere; noi ne siamo parte e assaporiamo ogni giorno la gioia del mondo che tutti credono non esista. … La nebbia avvolgerà ogni cosa…

*       *       *

RECENSIONE 

Ormai sono diversi anni che mi dedico, tra le varie lettura, a quei libri scritti da esordienti e diffusi tramite il self-publishing, e ancora mi stupisco di come il livello generale di qualità sia estremamente vario all’interno della categoria dei romanzi autopubblicati: capitano storie che non hanno nulla da invidiare ai best-seller che si trovano in libreria, in quanto a originalità della trama e correttezza di stile (anzi, talvolta sono addirittura migliori di romanzi editi con una squadra di editor professionali alle spalle); ma anche storie in cui la trama è del tutto nella media, se non scopiazzata qua e là, e soprattutto in cui lo stile sarebbe da rivedere quasi da capo. Questo, purtroppo, mi è sembrato il caso di Le ombre della dea.
Chiariamo fin da subito che non si tratta, a mio parere, di uno di quei romanzi da buttare: ha i suoi lati positivi, dopotutto; però ha anche diverse cose che non vanno, come vi mostrerò tra poco.

Per quanto riguarda la trama, le premesse non mi sono parse niente di speciale: cos’ha d’innovativo un giovane dai singolari caratteri fisici che compare dal nulla e che nulla ricorda del suo passato? O in un gruppo di fuggitivi braccati da oscuri individui chiamati Ombre con cui il suddetto ragazzo sembra avere molto in comune?

Devo dire, comunque, che il costante senso di preve-dibilità che ha accompagnato per quasi tutta la storia è stato uno dei problemi minori: ok, di originale non ho trovato granché, dall’ambienta-zione medievaleggiante ai ruoli dei vari personaggi; tuttavia la storia si è rivelata abbastanza piacevole nell’insieme, forse perché è scritta e strutturata in modo tale che è quasi impossibile rimanerne annoiati.
La narrazione, infatti, è decisamente serrata e priva di punti morti… cosa che però, devo dire, non si è rivelato sempre un bene: in parecchi punti sembrava che il narratore avesse fretta di mandare avanti la storia; una scelta che si è rivelata dannosa soprattutto per il finale – ma anche per diversi altri passi nel corso del racconto –, perché un episodio che si svolge troppo velocemente non lascia il tempo materiale per apprezzarlo. Così è stato almeno nel mio caso: questa specie di “corsa” a concludere tutto il prima possibile ha reso il testo alquanto sterile e privo di emozioni.

Poi abbiamo l’aspetto stilistico vero e proprio, che è uno dei difetti maggiori di Le ombre della dea.
Innanzitutto la scelta di lessico è molto semplice e colloquiale, il che a tratti lo ha reso piuttosto ingenuo ai miei occhi. Stesso discorso per i dialoghi, che spesso fanno apparire i personaggi davvero infantili.
Ad esempio incontriamo un re che si esprime in modo veramente poco consono al suo ruolo:

“Cosa?!! Le Ombre?! Sono apparse??!” Il re era visibilmente terrorizzato, non guardava neanche più il capitano.

A parte gli orribili “??!” e “?!!”, non ho potuto fare a meno di alzare un sopracciglio, qui e in altre scene, assistendo alle reazioni di certi personaggi. E questo passo mi dà l’opportunità di parlare di un altro problema de Le ombre della dea, ossia l’uso degli avverbi.
Lungo la vicenda, infatti, incontrerete quasi a ogni pagina descrizioni del genere:

“Grazie capitano! non so cosa volevano farmi… Grazie, Grazie!” Ankh piangeva nervosamente, gettandosi letteralmente tra le sue braccia.

 Ankh si intromise dal nulla nel discorso, con decisamente poco tatto.
“Gli uomini interpretano sempre a modo loro le religioni?”

 Salì agilmente sul bancone e si scagliò sul nemico urlando.

Arthur si voltò come spaventato, forse sorpreso […].

Insomma, si può dire che la regola dello Show don’t tell non sia il forte del narratore, che preferisce raccontare la sua storia condendola con un buon numero di avverbi che la appesantiscono e basta, senza però riuscire a evocare immagini concrete.
O ancora, durante i combattimenti:

Si gettò con furia verso l’Ombra, e saltando in aria con lo scudo tenuto lontano alle spalle dal braccio teso, tentò di affondare la lama verso il collo del nemico, un punto debole presente in tutte le armature.

Altro difetto che si incontra assai di frequente sono i cambi di punto di vista:

Il ragazzo aveva cominciato a sudare, non riusciva a sentire il capitano che chiamava il suo nome, i rumori erano completamente scomparsi e la sua vista sembrava filtrata da un vetro spessissimo. D’improvviso perse i sensi, gli occhi gli si rovesciarono, le braccia rimasero tese lungo il busto a penzoloni verso il pavimento, con la bocca che muovendosi veloce dava l’impressione di parlare, ma senza emettere suoni.
Il capitano si alzò in suo soccorso […].

Insomma, all’interno di uno stesso capitolo il PoV salta di continuo da un personaggio all’altro per riferire i suoi pensieri, le sue emozioni o i suoi ricordi; e questi ricordi talvolta si trasformano in veri e propri flashback del loro passato… peccato che, nonostante risalgano ad anni prima, sono riferiti al medesimo tempo della storia principale: bye bye, cara consecutio temporum!
Inutile dire che i salti di punto di vista e soprattutto di tempo e di spazio hanno generato non poca confusione, e seguire il filo narrativo è diventato spesso difficile.

Finora abbiamo parlato solo di problemi di cui un lettore poco attento potrebbe magari non accorgersi, ma purtroppo i difetti de Le ombre della dea comprendono anche numerosi errori di ortografia e di sintassi, alcuni decisamente gravi: ad esempio incontriamo ben tre volte un “non aveva tutte le rotelle apposto” e persino alcuni “kaiser“. Siamo finiti nell’era degli imperatori? Me lo sono chiesta anch’io… peccato che qui l’autore si riferisse ai “geyser”.

kaiser-geyser

Trova le differenze!

Forse l’unico aspetto degno di nota è stato il background culturale e religioso che l’autore ha ideato per il suo mondo, molto interessante e particolareggiato.
Inoltre, cosa che personalmente ho gradito, le notizie storiche, culturali e religiose si trovano all’inizio del libro, separate dal primo capitolo. Una scelta apprezzabile, secondo me, per due motivi: innanzitutto si riduce il pericolo di incontrare i fastidiosi infodump, dato che le premesse che fanno da background vengono già date per assimilate; inoltre, se un lettore non ha voglia di leggerle subito può tranquillamente dedicarvisi in un secondo momento, senza doversele sorbire a ogni pagina di testo.

Qualche infodump, tuttavia si incontra lo stesso:

Prima i pirati, e ora le Ombre. Era un nome che derivava da una leggenda molto antica, radicata nel folclore popolare, sfruttata poi da un corpo militare speciale del vecchio tiranno che governava tutta Cacciaterra. […] Dopo la fine dell’impero scomparvero, o presumibilmente morirono durante l’assalto alla capitale, fatto sta che nessuno ne parlò più.

Non vi stupirà se, a lettura ultimata, dico che Le ombre della dea non mi è affatto piaciuto. Certo, contiene degli aspetti positivi e si percepisce il desiderio dell’autore di costruire un’ambientazione molto particolareggiata e approfondita, ma il background non è l’unica cosa che conta in un libro: anche lo stile conta parecchio, se non di più, e lo stile di questo romanzo presenta ancora delle grosse lacune.
Va detto tuttavia che l’autore è alla sua prima pubblicazione e che di sicuro ha ancora tempo per migliorarsi. Inoltre so che è già in cantiere una versione delle Ombre rivista e corretta, oltre che agli altri due titoli della trilogia, quindi confido che presto potremo leggere qualcosa di migliore.

*        *       *

In sintesi…
Storia nel complesso gradevole,
si legge con facilità…
… a tratti troppa: scorre molto in fret-
ta e non lascia spazio alle emozioni.
Cura per il background, religione
e cultura molto interessanti.
Lessico colloquiale, spesso ingenuo
come i dialoghi dei personaggi.
Descrizioni raccontate, avverbi e
aggettivi pesanti.
Molti cambi di PoV e consecutio
temporum non sempre rispettata.
Errori e refusi anche gravi.


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11 Risposte

  1. Ossimoro ha detto:

    Insomma, il solito fantasy del Kaiser 😀
    Momenti di ilarità su Pensieri d’inchiostro (dovrebbe diventare un trend!)

  2. profG ha detto:

    Ahi, ahi! Mi fa male il ditone del piede: mi succede sempre quando c’è nell’aria pericolo di saga fantasy!

  3. caterina ha detto:

    Ciao Topolinamarta!
    è gia da un pò di tempo che ho inserito il tuo blog tra i miei “preferiti”. Scrivi molto bene e apprezzo le tue recensioni. Ho bisogno però di chiederti una cosa rispetto al POV…in questo libro “accusi” l’autore di spostare continuamente il POV tra i vari personaggi. Premetto che io non ho letto il libro, ma ti chiedo: non potrebbe essere che l’autore abbia utilizzato un narratore onniscente con POV multipli? Certo che poi devi saperli usare con coerenza perchè altrimenti la lettura risulta di difficile comprensione…sono curiosa di sapere cosa ne pensi!

    • topolinamarta ha detto:

      Ciao cara, è un piacere conoscerti! 🙂
      Il problema del Pov di questo romanzo non è tanto il fatto che abbiamo a che fare con un narratore onnisciente: del resto ogni autore ha le sue preferenze in merito (io per esempio preferisco invece concentrarmi su un solo personaggio per tutta la durata della storia, pur rimanendo in terza persona). I guai iniziano quando i salti tra un Pov e l’altro avvengono nella stessa scena, principalmente perché disorientano chi legge: nella vita reale, del resto, nessuno ha accesso ai pensieri altrui, e seguire la stessa scena attraverso due o più occhi diversi genera, appunto, instabilità.

  4. caterina ha detto:

    É un piacere anche per me!io credo che tu in linea di massima abbia ragione,però forse quando i POV sono multipli é concesso saltare da uno all’ altro,avendo cura di lasciare la lettura coerente ovviamente!pensa per esempio a una scena d’ amore in cui il narratore riporta le sensazioni e i sentimenti dei due partner..quello del POV comunque è un argomento davvero interessante!

    • topolinamarta ha detto:

      Hai ragione… ma anche qui, se io dovessi leggere di una scena d’amore mi verrebbe a girare la testa se dovessi saltare di continuo dalla testa di lui a quella di lei. Probabilmente quella del PoV non è un tipo di regola “assoluta”: probabilmente dipende almeno in parte dalla sensibilità di ciascun autore… però in linea di massima affinché il salto di PoV non sia traumatico, occorrerebbe almeno inserire una riga di stacco 🙂

      • margependragon ha detto:

        Ciao!
        Posso inserirmi e dire la mia sul PoV? Nell’esempio della scena d’amore, io personalmente preferisco sempre descriverla (o leggerne) da un solo punto di vista, riportando pensieri e sensazioni di uno solo dei due; questo perché, quando leggo scene di questo genere con riportati, ad ogni riga, sia le sensazioni di uno che dell’altro, rimango sempre molto indecisa se identificarmi nell’uno o nell’altro, e alla fine non mi identifico con nessuno dei due: suppongo che questo sia un errore per uno scrittore, far sì che il suo lettore non si identifichi con nessuno dei suoi personaggi!
        Quindi, mantenere un solo PoV per ogni scena (non certo per tutto il racconto o romanzo, ma uno a scena) aiuta secondo me l’identificazione e dunque la sospensione dell’incredulità. Ho detto la mia 😉

  5. ardens ha detto:

    Ciao marta. Volevo farti una domanda: se in lettore non si accorge al primo colpo del cambio di PoV è da considerarsi un lettore poco attento o un lettore con una sensibilitá diversa? È una cosa che si può affinare con l’ allenamento? (magari aquistando appositamente dei libri con evidenti errori di questo tipo, non per svago ma appositamente per affinare le proprie capacità di giudizio) grazie^^

    • topolinamarta ha detto:

      Be’, non necessariamente: può capitare che per esempio un autore riesca a mascherare il cambio di Pov in modo che “scivoli” senza che il lettore se ne accorga.
      Comunque sì, l’occhio si fa senz’altro con l’allenamento 😉 Considera che io solo 5 anni fa consideravo “Il libro del destino” un mezzo capolavoro (in realtá è tutto il contrario ^^); poi lessi le recensioni del Palazzo, mi incuriosii con la faccenda del PoV, dello Show don’t Tell & compagnia bella e cominciai a leggere qualche manuale che ne parlava. Da quel momento ho iniziato a farci attenzione… e a questo proposito reputo davvero utilissimo farsi le ossa leggendo i più noti fantatrash in circolazione: sono dei veri e propri manuali su come NON bisogna scrivere 😀

  6. crownless26 ha detto:

    Ciao, ho nominato il tuo blog ai Liebster Award dai un’occhiata al mio ultimi post se ti va. Buon weekend!

  1. ottobre 5, 2013

    […] Forse l’unico aspetto degno di nota è stato il background culturale e religioso che l’autore ha ideato per il suo mondo, molto interessante e particolareggiato. (Recensione completa qui.) […]

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